SOMMARIO                                

Ritorno a Barbiana

Capitini e Don Milani: l’attualità di un incontro

Intervista a Lanfranco Mencaroni

IL 19 MAGGIO DI QUEST’ANNO, DUE AMICI E COLLABORATORI DI "RISONANZE" HANNO
PARTECIPATO ALLA MARCIA VICCHIO – BARBIANA, PROMOSSA DAGLI EX ALLIEVI DI
DON MILANI E DALLE COMUNITÀ DI VICCHIO–MUGELLO. ERANO MIGLIAIA DI INSEGNANTI,
FORSE DIECIMILA, CHE HANNO MARCIATO "PER LA SCUOLA DI TUTTI E DI CIASCUNO,
RIPARTIAMO DA BARBIANA". UNA MARCIA PACIFICA, COLORATA, SENZA UN ORDINE
PRECOSTITUITO, SECONDO LO SPIRITO DI CAPITINI E DON MILANI, CIOÈ PLURALISTA E
LAICA, MA IMPEGNATA PER IL DIRITTO AD UNA ISTRUZIONE DEMOCRATICA CHE COLMI
LE DISPARITÀ E NON PRIVILEGI LA SELEZIONE PER CENSO DEL SAPERE.

 

Paolo: Avevo letto a suo tempo (1969) il libro di Don Milani "Lettera ad una professoressa". Studiavo
all’università e vivevo il clima di contestazione di quegli anni. Avevo trovato nel libro elementi importanti di
riflessione sul ruolo della cultura, della scuola e della mia futura professione di insegnante.
Riflettendo poi sul testo anche in anni successivi, la posizione di don Milani mi sembrava caricata di un eccessivo
moralismo in quanto proponeva un modello di maestro celibe, lontano dai "privilegi" della categoria, missionario.
Tuttavia il libro era una denuncia del ruolo classista della scuola "o dello stato o dei preti"; proponeva una scuola
laica che andasse bene per credenti e atei; richiamava il dettato costituzionale secondo cui l’istruzione e la
formazione sono un diritto di tutti. Due erano le proposte forti: la scuola a tempo pieno ed un percorso scolastico
finalizzato nel dare a tutti e soprattutto agli ultimi una coscienza "politica", la dignità e gli strumenti di base del sapere.
 Al centro della proposta c’era una scuola che rimuova le differenze (non c’è niente di più diseguale che far parti
uguali tra diseguali) e la conquista della lingua e dei linguaggi come strumento di riscatto e non di discriminazione.
Bene hanno fatto gli ex allievi del prete di Barbiana ed il Comune di Vicchio a lanciare l’allarme nel momento in
cui la scuola pubblica, quella per tutti, viene messa in discussione, e l’istruzione viene adeguata al "mercato" come
una merce.

 

Walter: Prima della partecipazione alla marcia Vicchio–Barbiana, avevo letto "I care ancora. Lettere, progetti,
appunti e carte varie inedite e/o restaurate" di Don Milani, curato da Giorgio Pecorini (Emi, Bologna 2001),
presentato anche a Perugia. Qui avevo trovato notizie dei rapporti con Barbiana di Capitini e dei suoi amici
perugini: tra essi c’erano Pio Baldelli, che è stato mio professore alle Magistrali, e Bruno Orsini, direttore didattico
e nostro fraterno amico, prematuramente scomparso. Per Baldelli si era trattato anche di contatti diretti, mentre per
Orsini i contatti (confermati dalla moglie Maria Lorvick) sono stati solo indiretti attraverso l’esperienza del
"Giornale Scuola".

 

CI SIAMO RECATI A TODI A TROVARE LANFRANCO MENCARONI, UN MEDICO, AMICO
DELLA PRIMA ORA DI CAPITINI, PER CONOSCERE MEGLIO L’INFLUENZA TRA GLI
INTELLETTUALI PERUGINI DI DUE FIGURE IMPORTANTI NEL PANORAMA CIVILE E
CULTURALE ITALIANO COME CAPITINI E DON MILANI.

Come inizia il rapporto tra don Milani e Capitini?

Nel 1959 Aldo Capitini lesse sulla rivista "Il Mondo" una recensione che parlava molto bene del libro
"Esperienze pastorali" di don Lorenzo Milani. Lesse il libro e, come ebbe a scrivere più tardi allo stesso don Milani,
lo trovò "così fresco, vivo, sincero, schietto, che conferma nella certezza che ci sono persone bene orientate".
Consigliò a tutti la lettura e ne parlò a più riprese nelle riunioni del suo Centro di orientamento religioso.
Nel gennaio del 1960 scrisse a don Milani per chiedere notizie sulla scuola, affermando che "era una mia vecchia
idea quella della scuola che insegnava a capire ciò che è testo, le parole, la lingua". In effetti dai C.o.s. (Centri di
orientamento sociale) del 1944 agli articoli de "Il potere è di tutti" degli anni '64-'65, il liberalsocialismo di Capitini
si è venuto sviluppando sempre più chiaramente sul tema della possibilità culturale e pratica per tutti di esercitare il
potere dal basso. Con quella lettera cominciavano tra Capitini e don Milani un dialogo e un'amicizia troncati solo
dalla morte.

Capitini nel gennaio '60 chiedeva a don Milani un incontro. Nel giugno dello stesso anno, don Milani scriveva che
avrebbe gradito la visita di Capitini in qualsiasi periodo e in qualsiasi giorno. Un giorno dell'agosto successivo,
insieme a Pio Baldelli, accompagnai Capitini nella sua prima visita a Barbiana. Dovemmo fare a piedi, per mancanza
di strada, l'ultimo chilometro fino alla chiesa e alla scuola. Come succedeva con tutti i visitatori, la nostra visita si
trasformò in un interrogatorio a Capitini di tutti gli allievi della scuola, che erano stati informati da don Milani sulle
sue idee religiose, sui libri che aveva scritto, sulla sua posizione di nonviolento e vegetariano.
Il colloquio avvenne all’aperto, sotto l'ombra dei grandi alberi di Barbiana e proseguì durante il pranzo, la siesta,
fino alla partenza. Da quel momento iniziò la grande amicizia tra Capitini e don Milani.

E l’idea del "Giornale Scuola"?

Fummo molto impressionati dalla personalità di don Lorenzo, dallo spirito e dall'organizzazione della scuola di
Barbiana: prima di partire chiedemmo a don Milani cosa ci suggeriva di fare nella nostra Umbria, che potesse
riflettere i principi guida della scuola di Barbiana. Don Milani ci propose di stampare un giornale destinato ai
lavoratori umbri, contenente un solo articolo per numero, insieme alle notizie di carattere linguistico e culturale
necessarie per farlo capire a tutti. L'idea ci piacque e tornati a Perugia Capitini, che era un uomo molto pratico,
ed io, ci mettemmo al lavoro per realizzare l’idea.

Chi erano i collaboratori, e come veniva finanziato?

Fu fatto un Comitato di redazione. Io ero il Direttore, per ragioni pratiche, poi, oltre a Capitini, partecipavano
Bruno Orsini, Pio Baldelli, Giovanni Moretti, Nini Menichetti. Chiedemmo i mezzi ai partiti di sinistra e ai sindacati.
Il partito comunista, quello socialista e la Camera del lavoro di Perugia accettarono di aiutarci con soldi e indirizzi
per la diffusione. Nel novembre del 1960 uscì il primo numero del "Giornale Scuola", stampato presso la
"Tipografia Tuderte" a Todi, come supplemento del "Solco", organo della Federterra umbra, diretto da Umberto
Cavalaglio. Era un piccolo foglio a due facciate, con un solo articolo scritto da Capitini ed altri argomenti di storia,
geografia, lingua, ecc. Doveva essere un giornale che aiutasse la gente a partecipare al potere, come era
l’esperienza di Don Milani e dei Cos di Capitini. Era un giornale che veniva spedito per abbonamento in tutta Italia
ed ottenne molti riconoscimenti positivi.

Quanti numeri uscirono e perché l’esperienza finì?

Dopo il quarto numero, per ragioni che non ricordo, venne a mancare il finanziamento e l’appoggio dei partiti e dei
sindacati, per cui fummo costretti a sospendere le pubblicazioni. La ragione ufficiale proprio non me la ricordo e
neppure Raffaele Rossi, che è stato sempre nelle stanze segrete del PCI, dice di non ricordarne i motivi, oppure
non lo vuole dire. Forse era per un articolo contro la scuola pubblica nel quarto numero.
La cosa tuttavia non aveva lo stesso significato di oggi, in quanto era la scuola dei padroni e d’altra parte c’era
anche un attacco alle scuole clericali, cosa che non trovò d’accordo don Milani, il quale in una lettera rivendicava il
ruolo della scuola del prete di Barbiana. D’altra parte la scuola proposta da don Milani era laica, aconfessionale,
aperta a tutti; aveva anche tolto il crocefisso. Fu un peccato che l’esperienza finì; Capitini aveva già programmato i
successivi numeri: ho conservato gli appunti dello stesso Capitini. Purtroppo la linea di Capitini e don Milani non l’ha
raccolta nessuno. Il potere fa di tutto perché nessuno sfrutti questa eredità.